Response-ability. L’arte di accompagnare identità in costruzione

Locandina Response-ability. L'arte di accompagnare identità in costruzione

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Response-ability — rispondere è già prendersi cura. Il concetto di Haraway scompone la parola responsabilità in response-ability: la capacità di rispondere. Questa capacità non è una tecnica, non è un protocollo — nasce dall’essere davvero in relazione con l’altr* nella sua specificità. Rispettare non significa necessariamente approvare: significa restare capace di rispondere di sé nel cambiamento. Ed è esattamente questo che le famiglie, il gruppo, i ragazzi chiedono ai “capi” — non la risposta giusta, ma la presenza capace di rispondere, cioé di rinnovare la fiducia nel tempo, nel mondo e nell’ignoto.

L’occasione dell’incontro con la realtà di AGESCI – Zona Eleuterio è data dalla volontà e da questo preciso senso di responsabilità che 30 adulte/i hanno deciso di prendersi nei confronto delle “identità in (de)costruzione”. Non le parole, non le etichette e nemmeno l’uso strumentale di formule semplificate per tentare di accedere al vissuto delle e dei giovani scout.

L’approccio riguarda, come sempre, anzitutto un modo di intendere la conoscenza.

Sentipensiero — il corpo e il pensiero non si separano. Il termine, che viene dalla tradizione latinoamericana e che entra nella pratica clinica attraverso un approccio fenomenologico-corporeo, descrive un modo di conoscere che non scinde l’intelletto dall’emozione, il concetto dall’esperienza vissuta. Per chi conduce (capi scout, leader, conduttrici/conduttori o responsabili di gruppi si tratta di riconoscere che quello che sentiamo nel corpo durante un incontro difficile non è “rumore” da eliminare — è informazione preziosa; veri e propri dati utili (al benessere del gruppo, alla restaurazione o al mantenimento di un clima sereno, in cui sia facile lavorare, progettare, collaborare). Imparare a usare questa informazione, invece di sopprimerla, è parte della competenza educativa.

Tre sono principalmente le fasi che articolano i miei lavori sul Diversity Management e che strutturano la cornice educativa:

1. Osservazione – problematizzazione positiva. Quando osserviamo ciò che sta accadendo, reimpostando le domande emergenti in termini di potenziali promotori di cambiamento, possiamo agevolare la trasformazione del problema in occasione tematica, generativa di ulteriori domande e implicazioni strutturali prima profondamente e forse anche lungamente ignorate.

2. Epoché — sospendere le proprie categorie. Riprendendo la lezione fenomenologica: il primo gesto educativo non è rispondere, è sospendere. Sospendere il proprio sapere, la propria ansia di soluzione, le proprie proiezioni su cosa “dovrebbe essere” quell’adolescente. L’epoché non è indifferenza — è la condizione per un ascolto genuino. Un capo che entra nell’incontro già sapendo cosa sta guardando non sta accompagnando: sta confermando.

3. Risposta/Rêverie — “il capo” come rielaboratore emotivo. Prima ancor a che il concetto bioniano secondo cui la/il caregiver è capace di contenere le emozioni non elaborate del bambino per restituirle in forma pensabile, la rêverie è l’espressione di una risposta creativa e sperimentale (rêverie significa letteralmente “fantasticheria”). In tal senso, il concetto si applica perfettamente alla relazione educativa. La leader, il capo che riesce a stare nella domanda senza precipitare nella risposta trasforma l’esperienza caotica dell’altr* (gruppo, ragazzo, lavoratrice…) in qualcosa di vivibile.

In sostanza: non devi sapere tutto: devi riuscire a non chiuderti nello spavento.

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